Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione


L’alimentazione è un fenomeno relazionale, infatti i bambini imparano ad autoregolare la propria alimentazione quando i genitori forniscono il contesto adeguato affinché ciò possa svilupparsi in maniera armoniosa e serena. Le interazioni intime, infatti, possono incentivare e mantenere lo sviluppo di disturbi alimentari, poiché, per esempio, quando vengono a mancare le cure adeguate, il bambino può riversare sul cibo il suo bisogno di affetto e conforto, oppure, diversamente, può utilizzare il rifiuto del cibo come espressione simbolica della paura, della rabbia o del rifiuto vissuti all’interno della relazione primaria. Inoltre, i problemi di alimentazione nell’infanzia generano non poca ansia nei caregiver, poiché spesso lo sviluppo di un bambino e la sua salute vengono giudicate proprio attraverso il peso e la crescita ponderale, che, di conseguenza, diventano metro di giudizio per una genitorialità adeguata e competente.

Un disturbo alimentare può manifestarsi sia attraverso un’assunzione di cibo insufficiente e/o disordinata, che implica quindi il rifiuto del cibo e il vomito autoindotto, sia attraverso un’assunzione di cibo esagerata.
Imparare a regolare e gestire autonomamente i segnali di fame e sazietà è uno dei compiti di sviluppo più importanti dei primi anni di vita. Un bambino, infatti, crescendo, acquisisce sempre più la capacità di rispondere ai segnali che arrivano dall’interno, manifestando interesse a mangiare quando ha fame e a smettere quando è sazio.

Sebbene tutto ciò sembri riguardare un aspetto esclusivamente fisiologico della crescita, ci sono invece molte componenti relazionali che entrano in gioco fin dai primissimi mesi di vita. Il neonato, infatti, acquisisce un modo specifico di piangere quando ha fame, ma, per potersi nutrire efficacemente, ha bisogno di raggiungere uno stato adeguato di rilassamento. Inoltre, quando i bambini, crescendo, diventano più abili e capaci, i genitori devono supportarli nell’imparare a nutrirsi da soli, aiutandoli però soprattutto a riconoscere in modo idoneo i segnali della fame, distinguendoli dalle altre sensazioni fisiche che riguardano le esperienze emotive (come il conforto, l’affetto, la rabbia, la tristezza). Se un genitore, invece, mal interpreta i segnali emotivi e le richieste affettive che il figlio manda e risponde a tali richieste con il cibo, instillerà nel bambino la convinzione che un bisogno di conforto e cura può essere appagato attraverso il cibo.
È importante, in ambito clinico, valutare le difficoltà di alimentazione del bambino, a partire dalla storia del suo sviluppo, così da delineare quando sono insorte le prime difficoltà e se quest’ultime sono riconducibili a qualche condizione medica oppure a qualche esperienza traumatica. Risulta in tal caso fondamentale, comprendere quando e come le interazioni circa l’alimentazione sono diventate disfunzionali, quindi mantenendo sempre un’attenzione mirata sul bambino e sui genitori.